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Un vaso in porcellana bianca della metà del periodo Joseon, circa il XVII secolo.
Altezza 41.3 cm; diametro del corpo 31 cm. Da un basso piede ad anello il corpo inferiore si solleva in una curva estesa, ampliandosi gradualmente verso l'alto e formando un lieve rigonfiamento alla spalla. Dalla spalla si restringe verso la bocca, con l'ampio orlo leggermente rivolto verso l'esterno. La bocca è bassa, la spalla ha inizio immediatamente al di sotto. Si tratta di una forma più antica, distinta dalle bocche alte e svasate verso l'esterno caratteristiche del tardo periodo Joseon.
Tra i grandi vasi in porcellana bianca della dinastia Joseon, il vaso alto fu prodotto prima della forma globulare. I grandi vasi alti recanti motivi di nuvole e draghi venivano chiamati vasi-drago e, nei rituali reali, fungevano sia da contenitori per l'alcol sia da vasi per fiori destinati ad accogliere fiori artificiali per decorare i banchetti di corte. Questo esemplare è porcellana bianca non decorata.
Nel 17° secolo, le guerre e la carenza di cobalto resero difficile produrre in numero sufficiente i grandi vasi a fondo bianco decorati in blu con dragoni. Di conseguenza, come sostituti si impiegarono porcellane bianche semplici successivamente dipinte con dragoni e vasi ornati con motivi di nuvole e dragoni dipinti a ferro. Questo contesto testimonia l'importanza dei vasi di grandi dimensioni come recipienti indispensabili nelle cerimonie reali.
Il corpo è stato modellato al tornio in due sezioni separate, superiore e inferiore, e unite al centro. Questa tecnica del corpo unito fu impiegata nei vasi del primo periodo Joseon e fu successivamente adottata per il vaso a luna piena. All'interno corre una traccia di lisciatura dove la giunzione è stata livellata, che percorre la circonferenza. All'esterno una debole cresta e una leggera deformazione seguono la giuntura; se illuminate, l'ombra sulla parte mediana cambia.
Lo smalto presenta un alto grado di bianchezza con un tenue riflesso azzurro. Si è disteso in modo uniforme sull'intero corpo, conferendo una tonalità omogenea. La superficie ha una lieve lucentezza; a un esame ravvicinato si notano sottili linee di tornitura e minutissime macchie di ferro. Lo smalto penetra all'interno dell'anello di base; la faccia inferiore mostra tracce di cottura su sabbia impiegata come supporto.
Leggeri graffi e abrasioni dovuti all'età, ma l'orlo, il corpo e il piede sono tutti ben conservati. In quanto esemplare di grandi dimensioni di porcellana bianca della dinastia Joseon, si trova in condizioni eccezionalmente buone.
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L’estetica di quell’epoca non privilegiava l’ornamento superficiale né la destrezza tecnica, ma si concentrava su forme ed espressioni capaci di sostenere silenziosamente la dimensione interiore della persona. Gli oggetti e gli arredi non erano semplici strumenti funzionali: potevano essere visti come una sorta di dōjō, luoghi di esercizio interiore, dove i gesti quotidiani e lo stato mentale venivano messi in armonia. Un vaso sobrio nello studio di uno studioso, una scrivania essenziale, un poggiapennelli privo di decorazioni — non erano solo oggetti da osservare, ma veri e propri specchi della postura e del pensiero di chi li usava.
Non è un caso che le opere artigianali del periodo Joseon abbiano una “presenza che non parla troppo”. Erano nate con l’intento di accompagnare lo spirito umano, non di impressionarlo, ma di respirare con esso e aiutarlo a ritrovare equilibrio in silenzio.
Nella porcellana bianca, ad esempio, fenomeni “non intenzionali” come il fluire leggero dello smalto, le vibrazioni dell’argilla o le leggere irregolarità della forma venivano accettati così come si presentavano. In ciò si manifesta uno spirito di accoglienza ampio e tollerante, in contrasto con l’ideale moderno di perfezione e uniformità. Questa visione mette in discussione i confini tra natura e artificio, bellezza e imperfezione, oggetto e mente. Si può dire che non fosse soltanto un modo di fare artigianato, ma l’espressione di un autentico spirito del tempo.
La bellezza dell’epoca Joseon, potremmo dire, non è una “bellezza dell’esibizione”, bensì una “bellezza della risonanza”. Non è tanto il fascino intrinseco dell’oggetto, quanto la sua capacità di suscitare nel fruitore una riflessione su come vivere e su cosa significhi essere. Per questo, l’oggetto non deve parlare troppo: deve contenere silenzio, vuoto, pause. Questo tipo di pensiero sembra scorrere nel cuore stesso dell’artigianato Joseon.
Questi valori attraversarono poi il mare e si radicarono profondamente in Giappone. Nel mondo del chanoyu (la Via del Tè), la porcellana bianca e la ceramica buncheong di Joseon venivano già utilizzate alla fine del periodo Momoyama. Il loro carattere sobrio e silenzioso offriva un’alternativa all’austera solennità delle importazioni cinesi. La sensibilità estetica del “prestare ascolto a ciò che non viene detto”, propria della cultura del tè, trovava risonanza nel silenzio e nell’imperfezione contenuti negli oggetti Joseon, coltivando uno sguardo che avrebbe trovato espressione nello spirito del wabi-sabi.
In epoca moderna, pensatori del movimento Mingei come Yanagi Sōetsu e Kawai Kanjirō riconobbero nelle opere Joseon “una forza che purifica” e “una forma di vita come dovrebbe essere”. In un’epoca in cui l’artigianato rischiava l’oblio, questi oggetti non furono visti solo come antichità, ma come manifestazioni di un modo d’essere — accolti con profondo rispetto ed empatia.
Ancora oggi, quando mi trovo davanti a un oggetto artigianale dell’epoca Joseon, la sua quiete riesce a commuovermi. In esso vive lo spirito di un tempo che si interrogava su come si debba vivere e su cosa significhi essere — e quella voce silenziosa continua a risuonare, senza essere sbiadita dal tempo.
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