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Una cassa della Dinastia Joseon (wittaji).
Si tratta di una cassa quasi quadrata, di forma scatolare, con piedi bassi e coperchio apribile dall'alto. La larghezza e la profondità misurano entrambe 47cm, dimensioni ampie per riporre indumenti ed effetti personali. Ampie superfici in lacca nera sono provviste di ferramenti in ottone, una composizione essenziale caratteristica del mobilio della dinastia Joseon.
La superficie è rifinita in lacca nera. Si notano zone d'usura e lievi graffi dovuti all'uso e alcune irregolarità del legno; nondimeno il piano nero lucente possiede profondità e si armonizza bene con i toni attenuati delle finiture in ottone.
La parte anteriore è dotata di una piastra di chiusura a forma di fiore e di maniglie ad anello circolari, mentre ferrature decorative triangolari sono applicate sui quattro angoli e sui lati. Le ferrature metalliche fungono da ornamento e proteggono inoltre gli angoli e le giunzioni delle tavole. Un intaglio sagomato intorno alla base aggiunge una variazione sobria alla silhouette rettilinea della cassa.
L'interno è foderato con fogli di carta di recupero stampati con caratteri cinesi. Nei bauli e nelle scatole della dinastia Joseon la carta veniva spesso incollata all'interno per impedire schegge di legno e il trasferimento di sporco, proteggendo così il contenuto. Questo esemplare conserva tale trattamento pratico.
Questa cassa ad apertura superiore è adatta all'uso pratico e può fungere anche da supporto per fiori o composizioni decorative. È una cassa funzionale dalla presenza particolarmente gradevole.
Sono disponibili numerose foto del prodotto. Controllare i dettagli e le condizioni. Per qualsiasi domanda, non esitare a contattarci.
L’estetica di quell’epoca non privilegiava l’ornamento superficiale né la destrezza tecnica, ma si concentrava su forme ed espressioni capaci di sostenere silenziosamente la dimensione interiore della persona. Gli oggetti e gli arredi non erano semplici strumenti funzionali: potevano essere visti come una sorta di dōjō, luoghi di esercizio interiore, dove i gesti quotidiani e lo stato mentale venivano messi in armonia. Un vaso sobrio nello studio di uno studioso, una scrivania essenziale, un poggiapennelli privo di decorazioni — non erano solo oggetti da osservare, ma veri e propri specchi della postura e del pensiero di chi li usava.
Non è un caso che le opere artigianali del periodo Joseon abbiano una “presenza che non parla troppo”. Erano nate con l’intento di accompagnare lo spirito umano, non di impressionarlo, ma di respirare con esso e aiutarlo a ritrovare equilibrio in silenzio.
Nella porcellana bianca, ad esempio, fenomeni “non intenzionali” come il fluire leggero dello smalto, le vibrazioni dell’argilla o le leggere irregolarità della forma venivano accettati così come si presentavano. In ciò si manifesta uno spirito di accoglienza ampio e tollerante, in contrasto con l’ideale moderno di perfezione e uniformità. Questa visione mette in discussione i confini tra natura e artificio, bellezza e imperfezione, oggetto e mente. Si può dire che non fosse soltanto un modo di fare artigianato, ma l’espressione di un autentico spirito del tempo.
La bellezza dell’epoca Joseon, potremmo dire, non è una “bellezza dell’esibizione”, bensì una “bellezza della risonanza”. Non è tanto il fascino intrinseco dell’oggetto, quanto la sua capacità di suscitare nel fruitore una riflessione su come vivere e su cosa significhi essere. Per questo, l’oggetto non deve parlare troppo: deve contenere silenzio, vuoto, pause. Questo tipo di pensiero sembra scorrere nel cuore stesso dell’artigianato Joseon.
Questi valori attraversarono poi il mare e si radicarono profondamente in Giappone. Nel mondo del chanoyu (la Via del Tè), la porcellana bianca e la ceramica buncheong di Joseon venivano già utilizzate alla fine del periodo Momoyama. Il loro carattere sobrio e silenzioso offriva un’alternativa all’austera solennità delle importazioni cinesi. La sensibilità estetica del “prestare ascolto a ciò che non viene detto”, propria della cultura del tè, trovava risonanza nel silenzio e nell’imperfezione contenuti negli oggetti Joseon, coltivando uno sguardo che avrebbe trovato espressione nello spirito del wabi-sabi.
In epoca moderna, pensatori del movimento Mingei come Yanagi Sōetsu e Kawai Kanjirō riconobbero nelle opere Joseon “una forza che purifica” e “una forma di vita come dovrebbe essere”. In un’epoca in cui l’artigianato rischiava l’oblio, questi oggetti non furono visti solo come antichità, ma come manifestazioni di un modo d’essere — accolti con profondo rispetto ed empatia.
Ancora oggi, quando mi trovo davanti a un oggetto artigianale dell’epoca Joseon, la sua quiete riesce a commuovermi. In esso vive lo spirito di un tempo che si interrogava su come si debba vivere e su cosa significhi essere — e quella voce silenziosa continua a risuonare, senza essere sbiadita dal tempo.
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