


























VASO, Ceramica Buncheong con dipinto con ferro sottosmalto motivo a girali, Dinastia Joseon(1392–1897 d.C.)
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Questo pezzo è un vaso realizzato in ceramica Buncheong, caratterizzato da un motivo floreale dipinto con ferro sottosmalto, prodotto durante l'inizio della Dinastia Joseon (prima metà del XV secolo). Rappresenta un'opera fondamentale di un periodo in cui le uniche sensibilità estetiche della Corea cominciarono a emergere. Il design, eseguito in modo vivace con pigmento di ferro su un corpo rivestito di slip bianco, riflette i valori dell'epoca, enfatizzando il simbolismo e la bellezza rustica rispetto alla mera decorazione.
Il motivo, applicato al corpo leggermente bombato del vaso, incarna l'apprezzamento dell'epoca per la semplicità e l'autenticità, con un ritmo spontaneo evidente nella pennellata. Le variazioni nell'intensità e nella diffusione del pigmento di ferro cambiano in risposta alle condizioni di ossidazione durante la cottura, conferendo una qualità morbida e calda che parla all'osservatore.
Il XV secolo, quando questo vaso è stato creato, era un periodo di esplorazione per la Dinastia Joseon mentre cercava di stabilire un ordine confuciano che si allineasse con i suoi ideali fondatori, insieme allo sviluppo di una corrispondente cultura materiale. La ceramica Buncheong si è evoluta dall'opulenza del celadon Goryeo per abbracciare una nuova estetica che valorizzava la semplicità e la rusticità. La libera pennellata visibile in questo pezzo, caratterizzata dalla sua deviazione dalla simmetria e dalla proporzione, esemplifica un'espressione unica del primo Joseon, dove la moderazione confuciana si intrecciava con la spontaneità dell'arte popolare.
Durante questo periodo, la ceramica Buncheong veniva spesso presentata come tributo alla corte reale e agli uffici governativi, detenendo un certo status tra le classi superiori, inclusi i yangban. Allo stesso tempo, la sua natura rustica e accessibile le permetteva di permeare la vita delle persone comuni. Così, la ceramica Buncheong si posizionava culturalmente come il "vassoio del popolo coreano", trascendendo le classi sociali nel primo periodo Joseon.
Tuttavia, quest'epoca segnò anche una fase di transizione che portò all'emergere della porcellana bianca. La classe yangban, trovando virtù nel bianco puro, cominciò gradualmente a preferire porcellane bianche più pristine e contenute, portando a un cambiamento nella ceramica Buncheong verso un uso quotidiano tra la popolazione. Questo vaso, nato in mezzo a tali trasformazioni, può essere visto come un relitto di un'epoca in cui la ceramica Buncheong incarnava sia il raffinamento della cultura ufficiale che la libertà dell'espressione popolare.
La composizione generale del vaso riflette la sensibilità distintiva dell'artigianato del primo Joseon. Con un labbro basso, un corpo leggermente bombato e una base conica che fornisce stabilità, il vaso presenta un piede moderatamente alto che armonizza l'utilità pratica con l'equilibrio visivo. Sebbene alcune aree mostrino una leggera texture, il bianco morbido e caldo tipico della ceramica Buncheong avvolge il pezzo, narrando dolcemente il passare del tempo insieme alla diffusione del pigmento di ferro. Anche se ci sono piccole scheggiature e riparazioni al labbro, queste imperfezioni aggiungono un peso silenzioso al vaso come tracce della sua storia.
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L’estetica di quell’epoca non privilegiava l’ornamento superficiale né la destrezza tecnica, ma si concentrava su forme ed espressioni capaci di sostenere silenziosamente la dimensione interiore della persona. Gli oggetti e gli arredi non erano semplici strumenti funzionali: potevano essere visti come una sorta di dōjō, luoghi di esercizio interiore, dove i gesti quotidiani e lo stato mentale venivano messi in armonia. Un vaso sobrio nello studio di uno studioso, una scrivania essenziale, un poggiapennelli privo di decorazioni — non erano solo oggetti da osservare, ma veri e propri specchi della postura e del pensiero di chi li usava.
Non è un caso che le opere artigianali del periodo Joseon abbiano una “presenza che non parla troppo”. Erano nate con l’intento di accompagnare lo spirito umano, non di impressionarlo, ma di respirare con esso e aiutarlo a ritrovare equilibrio in silenzio.
Nella porcellana bianca, ad esempio, fenomeni “non intenzionali” come il fluire leggero dello smalto, le vibrazioni dell’argilla o le leggere irregolarità della forma venivano accettati così come si presentavano. In ciò si manifesta uno spirito di accoglienza ampio e tollerante, in contrasto con l’ideale moderno di perfezione e uniformità. Questa visione mette in discussione i confini tra natura e artificio, bellezza e imperfezione, oggetto e mente. Si può dire che non fosse soltanto un modo di fare artigianato, ma l’espressione di un autentico spirito del tempo.
La bellezza dell’epoca Joseon, potremmo dire, non è una “bellezza dell’esibizione”, bensì una “bellezza della risonanza”. Non è tanto il fascino intrinseco dell’oggetto, quanto la sua capacità di suscitare nel fruitore una riflessione su come vivere e su cosa significhi essere. Per questo, l’oggetto non deve parlare troppo: deve contenere silenzio, vuoto, pause. Questo tipo di pensiero sembra scorrere nel cuore stesso dell’artigianato Joseon.
Questi valori attraversarono poi il mare e si radicarono profondamente in Giappone. Nel mondo del chanoyu (la Via del Tè), la porcellana bianca e la ceramica buncheong di Joseon venivano già utilizzate alla fine del periodo Momoyama. Il loro carattere sobrio e silenzioso offriva un’alternativa all’austera solennità delle importazioni cinesi. La sensibilità estetica del “prestare ascolto a ciò che non viene detto”, propria della cultura del tè, trovava risonanza nel silenzio e nell’imperfezione contenuti negli oggetti Joseon, coltivando uno sguardo che avrebbe trovato espressione nello spirito del wabi-sabi.
In epoca moderna, pensatori del movimento Mingei come Yanagi Sōetsu e Kawai Kanjirō riconobbero nelle opere Joseon “una forza che purifica” e “una forma di vita come dovrebbe essere”. In un’epoca in cui l’artigianato rischiava l’oblio, questi oggetti non furono visti solo come antichità, ma come manifestazioni di un modo d’essere — accolti con profondo rispetto ed empatia.
Ancora oggi, quando mi trovo davanti a un oggetto artigianale dell’epoca Joseon, la sua quiete riesce a commuovermi. In esso vive lo spirito di un tempo che si interrogava su come si debba vivere e su cosa significhi essere — e quella voce silenziosa continua a risuonare, senza essere sbiadita dal tempo.
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