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Un contagocce d'acqua a forma di farfalla della Dinastia Joseon.
Un piccolo contagocce a forma di farfalla, modellato in modo tridimensionale con le ali spiegate e un corpo centrale rigonfio. Fori alle estremità consentono di versare acqua; pur svolgendo la funzione pratica di strumento per la scrittura, conserva il fascino di una miniatura scultorea.
Una smaltatura lattiginosa è pervasa da un blu lapislazzuli che si diffonde sulla superficie, e le ali sono decorate con motivi lineari incisi. La tonalità del blu è delicatamente sfumata, mentre qua e là compaiono macchie bruno-ferrose dovute alla cottura, che conferiscono una patina tipica delle ceramiche antiche. L'espressione spontanea della farfalla, lo scorrere dello smalto e l'emergere della trama dell'argilla suggeriscono la mano ampia e non artefatta, caratteristica della dinastia Joseon.
Pur modesto nelle dimensioni, possiede una presenza discreta: adatto tanto a essere collocato sulla scrivania come accessorio per la scrittura, quanto a proporsi come piccolo oggetto d'antiquariato su un tavolino da tè o su una mensola. Accostato alla porcellana bianca, al legno naturale o a oggetti laccati, rivela una sottile velatura di blu e grigio ferro.
La base presenta sabbia della fornace aderente derivante dalla cottura; i fianchi e il bordo mostrano perdita di smalto, usura e lievi graffi compatibili con l'età. Trattandosi di un contagocce per acqua antico, non presenta danni gravi che ne alterino significativamente la forma e conserva un aspetto piacevole e ben invecchiato.
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L’estetica di quell’epoca non privilegiava l’ornamento superficiale né la destrezza tecnica, ma si concentrava su forme ed espressioni capaci di sostenere silenziosamente la dimensione interiore della persona. Gli oggetti e gli arredi non erano semplici strumenti funzionali: potevano essere visti come una sorta di dōjō, luoghi di esercizio interiore, dove i gesti quotidiani e lo stato mentale venivano messi in armonia. Un vaso sobrio nello studio di uno studioso, una scrivania essenziale, un poggiapennelli privo di decorazioni — non erano solo oggetti da osservare, ma veri e propri specchi della postura e del pensiero di chi li usava.
Non è un caso che le opere artigianali del periodo Joseon abbiano una “presenza che non parla troppo”. Erano nate con l’intento di accompagnare lo spirito umano, non di impressionarlo, ma di respirare con esso e aiutarlo a ritrovare equilibrio in silenzio.
Nella porcellana bianca, ad esempio, fenomeni “non intenzionali” come il fluire leggero dello smalto, le vibrazioni dell’argilla o le leggere irregolarità della forma venivano accettati così come si presentavano. In ciò si manifesta uno spirito di accoglienza ampio e tollerante, in contrasto con l’ideale moderno di perfezione e uniformità. Questa visione mette in discussione i confini tra natura e artificio, bellezza e imperfezione, oggetto e mente. Si può dire che non fosse soltanto un modo di fare artigianato, ma l’espressione di un autentico spirito del tempo.
La bellezza dell’epoca Joseon, potremmo dire, non è una “bellezza dell’esibizione”, bensì una “bellezza della risonanza”. Non è tanto il fascino intrinseco dell’oggetto, quanto la sua capacità di suscitare nel fruitore una riflessione su come vivere e su cosa significhi essere. Per questo, l’oggetto non deve parlare troppo: deve contenere silenzio, vuoto, pause. Questo tipo di pensiero sembra scorrere nel cuore stesso dell’artigianato Joseon.
Questi valori attraversarono poi il mare e si radicarono profondamente in Giappone. Nel mondo del chanoyu (la Via del Tè), la porcellana bianca e la ceramica buncheong di Joseon venivano già utilizzate alla fine del periodo Momoyama. Il loro carattere sobrio e silenzioso offriva un’alternativa all’austera solennità delle importazioni cinesi. La sensibilità estetica del “prestare ascolto a ciò che non viene detto”, propria della cultura del tè, trovava risonanza nel silenzio e nell’imperfezione contenuti negli oggetti Joseon, coltivando uno sguardo che avrebbe trovato espressione nello spirito del wabi-sabi.
In epoca moderna, pensatori del movimento Mingei come Yanagi Sōetsu e Kawai Kanjirō riconobbero nelle opere Joseon “una forza che purifica” e “una forma di vita come dovrebbe essere”. In un’epoca in cui l’artigianato rischiava l’oblio, questi oggetti non furono visti solo come antichità, ma come manifestazioni di un modo d’essere — accolti con profondo rispetto ed empatia.
Ancora oggi, quando mi trovo davanti a un oggetto artigianale dell’epoca Joseon, la sua quiete riesce a commuovermi. In esso vive lo spirito di un tempo che si interrogava su come si debba vivere e su cosa significhi essere — e quella voce silenziosa continua a risuonare, senza essere sbiadita dal tempo.
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