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Vaso in porcellana bianca della dinastia Joseon.
Questo vaso in porcellana bianca ha un piede basso, un corpo arrotondato e rigonfio e un collo corto. Altezza 22.1 cm. Le sue proporzioni ne facilitano la collocazione in un'alcova o su una mensola, pur conferendo al corpo una sensazione generosa di massa, che richiama le forme tondeggianti delle ceramiche bianche Joseon culminanti nel vaso a luna piena. Piuttosto che un profilo teso, possiede una rotondità lievemente rilassata, e la sobria smaltatura bianca è naturalmente in armonia con l'usura e le antiche imperfezioni accumulate nel tempo.
Dalla fine del XV secolo, la porcellana bianca divenne il fulcro della produzione ceramica coreana sotto la dinastia Joseon. A differenza del celadon o delle ceramiche buncheong, che si esprimono attraverso la decorazione superficiale, la porcellana bianca si affida alla forma, alle sottili tonalità del bianco e alle lievi variazioni prodotte dalla cottura per comunicare il proprio carattere. Non solo il bianco puro e cristallino, ma anche sottotoni tendenti al blu o al grigio, macchie ferruginose e i toni terrosi al margine dello smalto si combinano a formare una superficie unitaria; è in questa coesione che si rivela la profondità della porcellana bianca Joseon.
La smaltatura è di un bianco grigiastro con una lieve tonalità bluastra. Piuttosto che un bianco brillante, si presenta come una tonalità morbida e attenuata che crea delicate gradazioni sulle superfici arrotondate del corpo. Il bordo ispessito, la spalla misurata e la piena continuità del corpo risultano armoniosi e senza impaccio. Proprio perché il vaso è privo di decorazioni, la pienezza della sua forma e la sottile qualità della smaltatura emergono con discrezione.
L'interno presenta accumuli di smalto di tonalità bluastra, mentre la base conserva i segni della tornitura. Attorno al piede sono visibili variazioni al bordo dello smalto e la trama dell'argilla, che offrono un'espressione di cottura distinta dalla bianchezza del corpo. Il corpo e il bordo presentano abrasioni, piccole inclusioni ferrose e depositi di sporco dovuti all'età, elementi che armonizzano con la bianchezza del vaso.
Un vaso in porcellana bianca, definito dal suo carattere essenziale, dalla forma arrotondata e dalla superficie smaltata di un bianco tenue. Adatto all'esposizione in un'alcova o su una mensola, trasmette con naturalezza il discreto fascino della porcellana bianca Joseon.
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L’estetica di quell’epoca non privilegiava l’ornamento superficiale né la destrezza tecnica, ma si concentrava su forme ed espressioni capaci di sostenere silenziosamente la dimensione interiore della persona. Gli oggetti e gli arredi non erano semplici strumenti funzionali: potevano essere visti come una sorta di dōjō, luoghi di esercizio interiore, dove i gesti quotidiani e lo stato mentale venivano messi in armonia. Un vaso sobrio nello studio di uno studioso, una scrivania essenziale, un poggiapennelli privo di decorazioni — non erano solo oggetti da osservare, ma veri e propri specchi della postura e del pensiero di chi li usava.
Non è un caso che le opere artigianali del periodo Joseon abbiano una “presenza che non parla troppo”. Erano nate con l’intento di accompagnare lo spirito umano, non di impressionarlo, ma di respirare con esso e aiutarlo a ritrovare equilibrio in silenzio.
Nella porcellana bianca, ad esempio, fenomeni “non intenzionali” come il fluire leggero dello smalto, le vibrazioni dell’argilla o le leggere irregolarità della forma venivano accettati così come si presentavano. In ciò si manifesta uno spirito di accoglienza ampio e tollerante, in contrasto con l’ideale moderno di perfezione e uniformità. Questa visione mette in discussione i confini tra natura e artificio, bellezza e imperfezione, oggetto e mente. Si può dire che non fosse soltanto un modo di fare artigianato, ma l’espressione di un autentico spirito del tempo.
La bellezza dell’epoca Joseon, potremmo dire, non è una “bellezza dell’esibizione”, bensì una “bellezza della risonanza”. Non è tanto il fascino intrinseco dell’oggetto, quanto la sua capacità di suscitare nel fruitore una riflessione su come vivere e su cosa significhi essere. Per questo, l’oggetto non deve parlare troppo: deve contenere silenzio, vuoto, pause. Questo tipo di pensiero sembra scorrere nel cuore stesso dell’artigianato Joseon.
Questi valori attraversarono poi il mare e si radicarono profondamente in Giappone. Nel mondo del chanoyu (la Via del Tè), la porcellana bianca e la ceramica buncheong di Joseon venivano già utilizzate alla fine del periodo Momoyama. Il loro carattere sobrio e silenzioso offriva un’alternativa all’austera solennità delle importazioni cinesi. La sensibilità estetica del “prestare ascolto a ciò che non viene detto”, propria della cultura del tè, trovava risonanza nel silenzio e nell’imperfezione contenuti negli oggetti Joseon, coltivando uno sguardo che avrebbe trovato espressione nello spirito del wabi-sabi.
In epoca moderna, pensatori del movimento Mingei come Yanagi Sōetsu e Kawai Kanjirō riconobbero nelle opere Joseon “una forza che purifica” e “una forma di vita come dovrebbe essere”. In un’epoca in cui l’artigianato rischiava l’oblio, questi oggetti non furono visti solo come antichità, ma come manifestazioni di un modo d’essere — accolti con profondo rispetto ed empatia.
Ancora oggi, quando mi trovo davanti a un oggetto artigianale dell’epoca Joseon, la sua quiete riesce a commuovermi. In esso vive lo spirito di un tempo che si interrogava su come si debba vivere e su cosa significhi essere — e quella voce silenziosa continua a risuonare, senza essere sbiadita dal tempo.
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